“Il cambiamento deve riguardare tutti”. Intervista a Marina Castiglione

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Finita l’esperienza di assessore al comune di Caltanissetta, come valuta questo servizio che ha reso alla città?

Il passaggio dallo status di cittadino allo status di “politico” è una rivoluzione personale, umana e intellettuale. L’angolo visuale

Marina Castiglione
Marina Castiglione

da cui si guarda alla città smette di essere il proprio circuito professionale, la propria rete di relazioni, lo spazio fisico e sociale in cui si è vissuti da sempre. Soprattutto si passa da un piano di astrazione ad un piano di concretezza: le promesse elettorali devono diventare atti, la prassi lavorativa individuale deve diventare di squadra e le idee devono trovare risorse finanziarie; la trasparenza deve diventare non slogan, ma fatto di sistema (per questo ho riaperto tutti gli albi dei fornitori); la fattibilità va vagliata amministrativamente e il cambiamento che si vuole (se si vuole) attivare deve trovare una corrispondenza coerente tra tutti gli attori coinvolti nel processo. Ciò che si è pensato dalla comoda posizione di chi non ha responsabilità dirette e si può permettere di esprimere giudizi e fare obiezioni, si modifica in rapporto alle reali possibilità degli uffici e a consuetudini lavorative non sempre efficaci; si modifica altresì per via di elementi di mediazione di cui il cittadino non ha affatto conoscenza e percezione e che spesso rallentano l’azione politica; si modifica perché i tempi di traduzione della volontà collettiva espressa da un programma trovano ostacolo in piccoli o grandi privilegi appannaggio decennale di singoli soggetti o piccole consorterie. Ad esempio già nell’occasione della Chiamata alle Arti, momento di grande partecipazione e festosità delle diverse anime artistiche cittadine, a distanza di soli venti giorni dall’insediamento, si ebbero le prime forme di attacco e di resistenza. Da un lato mi si accusò, nel ruolo di Assessore alla Cultura, di essere eccessivamente popolare e…dallo stesso lato mi si accusò di essere snob. Nell’occasione di questa kermesse che contò più di cento eventi, apparve una città pronta a intestarsi spazi di coinvolgimento e una piccola ma molto rumorosa compagine che avvertì una “minaccia” personale. Nei circa due anni del mio servizio alla comunità nissena ho cercato di interpretare un ruolo – tanto importante quanto inatteso – con la forza che mi veniva da un Movimento il cui scopo principale era ed è quello di intraprendere con quanti lo condividano un percorso politico come esercizio quotidiano di responsabilità e di formazione civile, nella prospettiva di azioni di sistema di lunga portata che inneschino uno sviluppo interno che si irraggi sul territorio. Per questo motivo si sono svolti incontri già dal dicembre del 2014 con i docenti e i dirigenti scolastici per valutare insieme politiche scolastiche e culturali, che vedessero l’Amministrazione come parte attiva e proponente del processo di interazione tra scuola e territorio. Processo che, ad esempio, vide ben sei eventi destinati a ricordare l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia, un sostegno costante alle attività delle scuole e della Rete degli Studenti, l’individuazione degli spazi utili all’istituzione del C.P.I.A. E in modo analogo si è interpretato il ruolo della delega alla cultura, Foto riordino biblioteca 1come stimolo ad un uso regolato e idoneo degli spazi culturali pubblici (per la prima volta è stato raggiunto l’introito del 36% richiesto dalla Corte dei Conti relativamente al Teatro Margherita), con iniziative in cui far convergere il coinvolgimento di soggetti qualificati con gli obiettivi di programma, garantire manifestazioni storiche e organizzarne altre in forma autopromossa. La Biblioteca comunale Scarabelli, in particolare, è stata oggetto di molteplici interventi in quanto in essa trovano collocazione le memorie storiche e letterarie cittadine: dalla sistemazione del Fondo Antico, che giaceva in condizioni di pericoloso abbandono,
al protocollo avviato con un Club service cittadino per l’arredo della Sala dei Cittadini Illustri; dall’approntamento della Sala dei Piccoli Lettori alla realizzazione di stagioni concertistiche grazie all’Associazione Amici della Musica, al Protocollo con l’Istituto Musicale V. Bellini e ai corsi di formazione con l’associazione Seicorde; dalla rassegna Scartabellando promossa dallo stesso Assessorato, alla straordinaria vivacità intellettuale espressa dalla manifestazione Sicilia dunque penso del Comitato Librariamente; dalla richiesta di realizzazione di un setto onde collocare lo “Spazio Makers” e invogliare i giovani alla frequentazione e alla stesura del Regolamento d’uso della Biblioteca realizzato insieme al servizio librario della Soprintendenza. Qualcosa si è mosso, e ciò ha reso possibile che Franco Battiato, Pierangelo Buttafuoco, Enzo Brai e Moni Ovadia, per citarne alcuni, venissero gratuitamente a capire cosa stesse accadendo in questa città non fatalisticamente “lontana e sola”. Dopo tanti anni l’Ufficio Cultura del Comune, in virtù di un coinvolgimento via via crescente, è tornato a dialogare con la Regione e a presentare progetti strutturati a partire da quello che la stessa Regione tutela nel Registro delle Eredità Immateriali. Da ultimo è stato presentato, come da programma elettorale, un Festival della Scultura dedicato a Tripisciano che si dovrebbe svolgere da 15 al 30 settembre 2017. Spero venga finanziato. Sul turismo, in assenza di risorse umane e materiali, si è integrata grazie a collaborazioni scientifiche gratuite di giovani esperti, la segnaletica specifica, un depliant complessivo della Settimana Santa, e la costruzione di itinerari turistici religiosi. Ma l’esperienza senz’altro più utile, quella che ha consentito di tracciare una linea di demarcazione tra ciò che è discrezionale, scollegato e soggettivo e ciò che è proposta condivisa è stato il tavolo all’interno del quale si è elaborato il dossier per la candidatura di Caltanissetta a Capitale della Cultura italiana 2015. Proprio da quel tavolo, Consulta ante litteram di grande valore civico, uscirono gran parte delle proposte che di seguito si realizzarono: il progetto del Museo Moncadiano diffuso, il percorso minerario Ciaula scopre la luna condiviso sin da quel momento con i comuni limitrofi, la rassegna Erranza e Approdi (ben un mese di attività legate al tema della migrazione), la rassegna teatrale per bambini “il Margheritino”, il Festival d’arte contemporanea Estrazione e Astrazione, le attività a latere della Settimana Santa (Passio picta, Passio cantata, Passio dulcis), la Strada degli scrittori grazie alla quale lo svincolo di Caltanissetta verrà intestato a Pier Maria Rosso di San Secondo. Non solo eventi, non solo spettacoli, ma momenti di bellezza, riflessione, costruzione sprovincializzata di un’identità ricca e molteplice, di cui spesso non siamo coscienti. Comunque, se c’è un settore in cui credo di essermi spesa con reale voglia di toccare con mano potenzialità e criticità, è stato lo Sport, settore in cui mi sono messa in umile ascolto e serrato confronto con tutte le parti e tutte le discipline. Con pochissime risorse, un ufficio da integrare con altre unità e una ridistribuzione equilibrata dei contributi siamo riusciti a sistemare lo spazio polivalente “M. Cannavò”, ad attivare tutte le soluzioni utili perché il Pala-Cannizzaro non restasse un accampamento di fortuna per poveri disperati, ad ottenere due finanziamenti dal Credito Sportivo per le palestre scolastiche e la sistemazione del Pala-Milan, ad essere inseriti tra i progetti ammessi al finanziamento dal bando “Sport e periferie” (L.185/2015) per la rigenerazione in erba sintetica del manto dello Stadio “M. Tomaselli”. Inoltre abbiamo portato a compimento l’affidamento del campetto di quartiere di Via L. Rizzo e abbiamo assegnato il campetto di pattinaggio di Via Rochester ad una associazione che di seguito ha vinto un bando per la realizzazione di un’area sportiva e ricreativa. Non mi soffermo sulla vicenda del campo di bocce, che è stato da noi inteso come polmone verde polivalente, strumentalizzata o forse non compresa nella sua dimensione di riscatto sociale del quartiere più antico e dimenticato della città.

Vorrei però condensare il senso di quanto fatto, in un periodo tutto sommato assai breve, in queste parole: la politica non dovrebbe essere passerella, ma lettura di documenti e di leggi, lavoro di prospettiva e concertazione con le parti, stimolo comune all’aspirazione ad una società più giusta e realmente democratica. Soprattutto non dovrebbe essere attacco e polemica, non differenziazione narcisistica, ma pratica di riconoscimento delle diversità, nella comune appartenenza ad un tessuto sociale per il quale si auspicano il bene e la qualità dei servizi, delle relazioni, delle opportunità. Per quanto mi riguarda, tutto ciò che l’Amministrazione precedente aveva avviato, in un percorso di compatibilità con il nostro Programma Amministrativo, è stato assunto in piena continuità e valorizzazione. È quanto accaduto, ad esempio, con il Premio Tritone d’argento pensato dall’Assessore della Giunta uscente, Gaetano Angilella, o con l’assegnazione di alcune sale del Centro polivalente Michele Abbate ad un progetto giovanile promosso dalle ACLI, voluto e firmato dal vicesindaco Carlo Giarratano. Ho imparato molto su me stessa e i miei limiti; sulla città e le sue potenzialità.

Terminata la responsabilità in giunta, lei – insieme a Piero Cavaleri e a Boris Pastorello – avete scelto di impegnarvi come coordinatori del Polo Civico. Perché? Ritenete di poter influenzare la politica locale più da coordinatori del Polo che da assessori?

Il Polo Civico è innanzitutto una visione valoriale che si fonda non sui consensi elettoralistici, sui “pacchetti” di voti per intenderci, ma sul senso del percorso e su un cambiamento di mentalità politica. Quando si è aperta la crisi all’interno dell’Alleanza, il Movimento ha scelto responsabilmente di portare avanti il percorso, aldilà delle persone che lo avevano incarnato. Il Movimento stesso ha chiesto a me, Piero Cavaleri e Boris Pastorello di fungere da traino sia pur con un ruolo diverso. Ci è sembrato naturale accettare, proprio in virtù dell’etica di servizio che ci ha sempre contraddistinti e nella convinzione che non è il ruolo a fare la persona, ma esattamente il contrario. Il Programma non è cambiato. È quello che l’Alleanza per la Città ha elaborato e sottoscritto: a quello ci siamo attenuti, e vigileremo a ché non ci siano scelte che sviliscano, banalizzino o dimentichino il patto con gli elettori che ha sancito la volontà comune di guardare ad un modello di città che, fuori dagli ormai superati profili di capitale mineraria e di città del terziario, sia in grado di ripensarsi in modo non localistico.

Faccio un esempio: la scelta di Palermo Capitale italiana della cultura 2018 è l’affermazione di un processo che finalmente libera un’intera regione dallo stigma di un popolo che ha tutto e non fa niente per valorizzarlo. Nel 2013 Palermo concorse per diventare la capitale europea del 2019, senza giungere al traguardo. Cosa è cambiato in tre anni? La pedonalizzazione del centro storico, le piste ciclabili, il tram e un primo segmento di metropolitana, la designazione UNESCO del circuito arabo-normanno, una forte connotazione nel senso dell’inclusione che ha portato nel 2015 alla firma della Carta di Palermo sulla mobilità umana internazionale. Tre elementi, dunque: una viabilità fluida, lavoro mirato alla messa in rete delle bellezze culturali, percorsi di cittadinanza allargata.

Quando Caltanissetta concorse nel 2015 per lo stesso bando, il lavoro svolto volle essere da stimolo per costruire sull’identità e sulla coesione sociale la base culturale da cui ripartire. Si fece, nel piccolo, un percorso analogo. In ogni caso il 2018 sarà un anno che porterà in Sicilia milioni di turisti. Vogliamo provare a convincerli che possano vedere un’altra Sicilia, altrettanto affascinante, spostandosi di 100 km? Se sì, occorrerà investire il massimo dello sforzo e delle risorse per migliorare e rendere ancor più fruibili gli spazi culturali (Biblioteca L. Scarabelli, centro polivalente Michele Abbate, Teatro Margherita, Palazzo Moncada, Nuovo museo di arte contemporanea), lavorare con la Rete Museale che abbiamo costituito sul sistema dei musei e delle esposizioni cittadine, affidare ad associazioni qualificate progetti di salvaguardia di spazi identitari (Castello di Pietrarossa, Memoriale dei Carusi), collaborare con altre per la valorizzazione del patrimonio enogastronomico, dei borghi e delle filiere e dei percorsi naturalistico-minerari, continuare a sostenere le associazioni della Settimana Santa che stanno sviluppando processi internazionali di accreditamento, proporre un patto educativo territoriale che sia inclusivo e valorizzi chi si occupa di multiculturalità.

Speriamo di potere lavorare a ché l’intera Alleanza possa essere ricordata come un esperimento ben riuscito di mediazione tra formazioni politiche tradizionali e nuove sensibilità: è ciò che si sta costruendo, ad esempio, nei Tavoli tecnici di Alleanza. Di certo ci stiamo impegnando affinché la politica riacquisti una funzione di crescita di tutte le componenti della comunità a cui apparteniamo.

Recentemente, il Polo Civico ha organizzato un incontro in vista dell’istituzione delle Consulte comunali a Caltanissetta. Nella nostra città, andiamo verso la democrazia deliberativa?

Questo è il cambiamento per cui il Polo Civico è sorto e a cui guarda come risposta alla crisi della rappresentanza. E questo a breve sarà possibile grazie all’applicazione di un Regolamento voluto dalla precedente amministrazione e che giaceva distrattamente dimenticato dentro i cassetti di chi pur l’aveva studiato, emendato e votato. Le Consulte potranno essere il luogo delle buone pratiche, dove tutti gli iscritti arrivano a elaborare e proporre, ad esempio, un nuovo Regolamento per l’attribuzione dei contributi e degli spazi associativi, sino a indirizzare il Bilancio comunale nella sua interezza, e non nella sola quota del 2% prevista per legge per il Bilancio Partecipato. Sinora l’Albo della Associazioni è stato visto pressappoco come una mailing-list a cui attingere per realizzare le attività natalizie. Nelle democrazie deliberative, invece, il documento della finanza pubblica è attuato attraverso la partecipazione e la spersonalizzazione degli indirizzi: tanto più i tagli agli Enti locali aumentano e i Sindaci diventano l’unico terminale con il mondo della burocrazia e delle scelte politiche, tanto più sarà opportuno per gli stessi rappresentanti politici giustificare e coinvolgere nelle priorità di spesa i cittadini. La costruzione concertata e collettiva del Bilancio comunale sarà l’approccio per stimolare il dibattito creativo fra i vari soggetti, per trovare soluzioni basate su preferenze e conoscenze dei cittadini più coinvolti e più competenti nelle diverse materie, sarà un modo nuovo per “fare comunità”. Ciò garantirà più trasparenza, più controllo dal basso, più consenso e più equità distributiva. Noi cittadini, infatti, siamo i finanziatori principali dei servizi pubblici comunali attraverso tasse e tributi e ne siamo anche gli utenti finali: il bilancio così inteso crea maggiore legittimazione democratica alle scelte di spesa. Detto questo, non so se noi cittadini saremo realmente pronti ad assumerci il peso di uno studio tecnico delle soluzioni amministrative utili per tutti; non so se avremo la pazienza di confrontarci con argomentazioni politiche ed eventualmente retrocedere dalle nostre convinzioni; non so se vorremo impegnare le nostre risorse di tempo e di competenze in un’ottica di sussidiarietà; non so se riusciremo a passare da un’antropologia individualista ad un’antropologia del dono. Eppure si dovrà fare. Sarà un cambiamento necessario se non vogliamo affidarci alla presunta forza dell’uomo solo al comando, alla politica che risucchia speranze ai territori per carrierismi personali e senza alcuna restituzione in termini di sviluppo comune, alla casualità di una scelta sul web. Le forze sane dei partiti questo lo sanno, e molti altri lo temono.

Il sindaco Ruvolo, sia in campagna elettorale sia da capo dell’amministrazione comunale, ha più volte ripreso il tema dello sviluppo del Consorzio Universitario Nisseno. Per adesso ci siamo fermati solo alle parole. È così?

La classe borghese nissena oggi non manda più i propri figli a studiare a Palermo e Catania. Le mete sono altre: Milano, Bologna, Roma, Trento, Pisa. Perché? Evidentemente ritiene che le possibilità dei giovani siano più garantite laddove esista una struttura accademica più dinamica, più vicina ai luoghi del lavoro, più accreditata sotto il profilo scientifico. A questo punto, occorre chiedersi: chi e perché dovrebbe scegliere di studiare a Caltanissetta? Se la sostenibilità del Corso di Laurea in Medicina è, per così dire, assicurata dalla graduatoria nazionale, basta questo per parlare di Università a Caltanissetta e per continuare a destinare una cifra considerevole ad una somma di soci che ad oggi ha prodotto soltanto qualche posto di sottogoverno politico, nessun lavoro scientifico accreditabile nella VQR dei docenti universitari e sui cui bilanci non abbiamo risposte ufficiali? Il carro di un vero Ateneo è passato: altre classi politiche hanno saputo intestarsi una battaglia vincente nella vicina Enna.

L’Alleanza ha creato un Tavolo tecnico per affrontare strutturalmente i passaggi che si dovrebbero realizzare per cercare di recuperare un progetto credibile: la rivisitazione dello Statuto, l’ingresso nel Distretto Biomedico della Sicilia, l’allargamento a soci anche privati, la presenza di un corso di Agraria in Scienze e tecnologie agroalimentari, la conversione di Ingegneria Elettrica in Ingegneria Biomedica, la ricerca di finanziamenti per l’allestimento di biblioteche e laboratori di ricerca, l’assunzione con reperimento fondi di docenti strutturati che facciano di Caltanissetta la sede dei loro studi, la realizzazione di servizi per gli studenti, la individuazione di Master connessi al marketing del cibo di qualità. Alla luce di ciò la nuova governance dovrebbe essere nominata secondo criteri di eccellenza accademica e di rispetto delle vocazioni del territorio, affinché si costituisca una realtà di alta formazione e di ricerca in cui catalizzare l’intero bacino mediterraneo. Questo progetto su cui tutti dovremmo pretendere il massimo è forse l’ultima possibilità per dare slancio socioeconomico alla nostra città, trovando le risposte anche ad altre crisi (commercio, mercato immobiliare) che sono di sistema. Vedremo se i soci del Consorzio saranno conseguenti a queste premesse.

Come valuta l’operato e la compattezza politica della nuova giunta comunale meno civica e più partitica?

La precedente Giunta, con i suoi parziali assestamenti, è stata indicata dai partiti e dai movimenti, esattamente come la attuale. Dei primi due anni posso essere testimone convinta e sincera circa la modalità di lavoro collegiale e collaborativo e circa l’unanimità negli intenti e nello stile. Noi precedenti assessori, così come gli attuali, abbiamo avuto bisogno di una fase di acclimatamento con i dirigenti e gli amministrativi, di individuazione delle linee guida di sviluppo politico degli obiettivi di programma, persino di riequilibrio psico-fisico dopo un contraccolpo dovuto allo stress di una macchina tritasassi che chi vive il ruolo responsabilmente non può che subire. Dall’azzeramento, evento eccezionale e inedito, e dall’individuazione di figure che forse meglio rappresentano le volontà dei partiti, tutta la città si aspetta un’accelerazione e una fluidificazione nel portare avanti il programma comune. Le aspettative e le responsabilità che gravano su di loro, sui partiti e i gruppi che li hanno espressi e sul Sindaco che ne è garante sono enormi e a loro tocca trovare i modi e le condizioni perché arrivino le risposte. In considerazione, poi, del fatto che il programma e le forze che sostengono il Sindaco non sono cambiate e che tale rivoluzione risponde ad esigenze esclusivamente locali, ci si aspetta che quanto iniziato e consegnato come lavoro già avviato venga concluso: dai Regolamenti propedeutici a costruire concretamente un sistema di Area vasta alle attività culturali già finanziate dalla Regione con i CO.COPS, dai protocolli sulle filiere agro-alimentari alle misure contro il disagio abitativo, dalla concertazione armonica con le associazione della Settimana Santa al dimensionamento scolastico. Se così non fosse la città non capirebbe.

Da assessore, ha conosciuto da vicino lo spessore della classe politica locale. Quali criticità e quali speranze?

La politica è espressione dei contesti socio-economici e i contesti socio-economici sono a loro volta condizionati dalle pratiche politiche. Chi oggi si impegna direttamente in politica, a qualunque livello, dovrebbe chiedersi se essere strumento e complice delle forme di neofeudalesimo che si sono sinora imposte o se, al contrario, vuole offrire alla sua comunità un ruolo da protagonista che disarticoli il piccolo vantaggio personale di cui il bel film di Ficarra e Picone è testimonianza pessimista. Io non credo all’irredimibilità sciasciana dell’homo siculus, perché abbiamo evidenti testimonianze del contrario: i siciliani hanno espresso premi Nobel, artisti internazionali, registi da Oscar, scienziati, economisti e legislatori. Siamo “sale della terra” quando ci muoviamo in formazione singola. Invece, dovremmo imparare a sentirci risorsa per gli altri; a riconoscere il merito del vicino senza fargli lo sgambetto pensando che ci sia di ostacolo. Dovremmo lavorare nell’ombra sperando che gli altri emergano; ringraziare chi si prende le responsabilità in nostra vece. E, per il bene di tutti, dovremmo chiedere di garantire le competenze e rifiutare le dinamiche viziate di chi usa il nostro territorio come bacino di voti passivi e le risorse come regalie per contributi e consulenze.

Un anno fa moriva un uomo che a mio avviso ha incarnato un modello oggi difficilmente replicabile: Mario Arnone è stato un politico di grande cultura e coerenza, un esempio di raffinatezza intellettuale e di precisione analitica. Un politico che ha saputo leggere i tempi e relazionarsi senza alterigia con tutti i gradini sociali. Un uomo che pur partecipando alla storia di un partito ideologico ha saputo individuarne i punti di non ritorno ed il conseguente declino. Un uomo a cui andrebbe valutato di dedicare l’Aula consiliare, a memento di un ruolo vissuto pienamente e con integrità. Questo spessore, come dicevo, è quello a cui dovremmo tendere. Tutti condanniamo la politica come asservimento a interessi esterni, i saltimbanchi alla ricerca di trampolini per posizionamenti personali, la politica regionale e nazionale che schiaccia i territori nella perenne promessa del dopo. Eppure questa politica, spesso, continuiamo a votarla, segno evidente che il cambiamento deve riguardare tutti, a partire dalla cosiddetta società civile. E, per osmosi virtuosa, forse smetteremo di dare le colpe ai nostri rappresentanti.

Intervista a cura di Rocco Gumina

spremuta

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