Caltanissetta. Morì suicida in carcere, la famiglia si oppone alla richiesta di archiviazione: “Il caso va riaperto”

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La famiglia di Giuseppe Di Blasi, morto suicida in carcere nel 2011, si è opposta, assistita dall’avvocato Massimiliano Bellini, alla richiesta di archiviazione del caso da parte del Pm Dario Bonanno. Per i familiari infatti le responsabilità da parte dell’istituzione carceraria ci furono eccome, visto che l’uomo aveva già tentato il suicidio 4 volte e in un solo anno aveva perso 34 chili. “Come scritto dal Gip di Messina – ha detto il legale della famiglia, Massimiliano Bellini – la Procura di Caltanissetta deve indagare su tutta la gestione del detenuto e per questo ci opponiamo alla richiesta di archiviazione e andremo avanti”. I fatti risalgono a 8 anni fa. Di Blasi, che si era sempre dichiarato innocente, decide di farla finita poco dopo Natale. Erano le 16 del 27 dicembre 2011. “Se il personale medico delle strutture carcerarie avesse ben compreso la gravità  dei sintomi di lampante malessere di nostro fratello – scrivono i familiari – con molta probabilità, si sarebbe salvato. Se solo se si fossero osservate le basilari regole di comune esperienza in campo medico, se i medici ai primi sintomi avessero intuito la gravità di quello che stava accadendo, nostro fratello non sarebbe morto di carcere. Vane e inutili sono state le innumerevoli istanze di scarcerazione presentate dal nostro legale, le perizie mediche redatte dai nostri consulenti medici di parte volte a segnalare all’attenzione delle autorità giudicanti la palese incompatibilità dello stato di salute di nostro fratello con il regime carcerario. A distanza di neanche un anno dall’applicazione della misura restrittiva nostro fratello è dimagrito di 34 kg! Come mai nessuno si è allarmato di ciò o, comunque, si è interrogato sulle ragioni di tale inarrestabile ed evidente dimagrimento?”. Per la famiglia Di Blasi deve ancora essere accertato se siano state violate o disattese le norme che garantiscono diritti fondamentali ed inviolabili ad ogni persona privata della libertà personale e se tutti i soggetti tenuti per legge a vigilare sulle condizioni psico-fisiche del detenuto abbiano fatto il proprio dovere.  Secondo la ricostruzione dei familiari e del loro legale infatti, nonostante i 4 tentativi di suicidio, l’uomo non veniva sorvegliato a vista.

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