Attirò in un casolare un condannato a morte della mafia. In carcere la "mantide religiosa".

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La polizia ha trasferito in carcere, in esecuzione di una condanna a 22 anni di reclusione, Maria Rosa Di Dio, 56 anni, di Gela, che nel giugno ’92, in piena guerra di mafia, attirò in una trappola mortale il presunto “stiddaro” Agostino Reina, con la falsa promessa di una notte d’amore in un casolare di “Passo di Piazza”.
L’uomo era stato condannato a morte dalla famiglia Emmanuello di “Cosa nostra”. Nel casolare ad attenderlo trovò i suoi carnefici che lo uccisero e ne bruciarono il corpo, sotterrandolo parzialmente nelle campagne di contrada “Biviere”, a est della città.
Il cadavere fu scoperto dai carabinieri ma risultò impossibile la sua identificazione. Nel 2010, dopo 18 anni di indagini, e grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, gli inquirenti hanno potuto fare luce su quel caso di “lupara bianca”, riuscendo a dare un nome a quella vittima attraverso l’esame del Dna. Maria Rosa Di Dio, soprannominata per quei fatti la “mantide religiosa” gelese, fu, quindi, arrestata dalla polizia insieme con gli esecutori del delitto, il boss Davide Emmanuello, di 48 anni (ritenuto anche il mandante) e Rocco Manfrè, di 69 anni, tutti già condannati per il delitto Reina.

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