Antimafia con Mattarella nel segno di Saetta e Livatino. “Giudice ragazzino nella migliore accezione, lontano da centri di potere”

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Del Presidente della Repubblica vanno interpretati i discorsi, le esternazioni, ma anche i silenzi. Come nel caso della visita del Presidente Mattarella a Caltanissetta per la commemorazione dei giudici Antonino Saetta e Rosario Livatino. Una visita in cui il Presidente della Repubblica, seduto a fianco dei familiari dei due giudici, non ha parlato, ma il suo silenzio sembra dire effettivamente tante parole. In un momento storico in cui si osserva una grande confusione nell’antimafia, in cui importanti inchieste hanno scoperchiato una realtà che rischia di mettere in crisi la stessa fiducia nella giustizia, Mattarella ha ricordato a tutti, nel solco della proverbiale riservatezza di Rosario Livatino e Antonino Saetta, che la legalità e l’antimafia non hanno più bisogno di parole ma di fatti concreti, di senso del dovere, credibilità e limpidezza di finalità e azioni.

DSC09661La cerimonia, che ha preceduto la visita al cimitero dei Carusi fortemente voluta dal sindaco Giovanni Ruvolo, è stata organizzata dall’ANM nissena presieduta dal magistrato Fernando Asaro. E’ iniziata con la scopertura di una targa contenente alcuni pensieri di vittime di mafia e la proverbiale scomunica di Giovanni Paolo II di Cosa Nostra. Poi, nell’aula magna Saetta-Livatino del Tribunale, hanno parlato lo stesso Asaro, il presidente della corte d’Appello, Salvatore Cardinale e il procuratore generale Sergio Lari. A seguire una studentessa, Paola Dell’Utri del Liceo Classico, stessa scuola in cui si diplomò il giudice Saetta, primo magistrato giudicante ucciso da Cosa Nostra.

“Un eroe vestito di normalità – ha detto Cardinale – che richiama lo stile del collega Rosario Livatino. Unisce i due magistrati la comune esperienza lavorativa a Caltanissetta e anche uno stile di vita, una formazione solida. Il convinto senso di giustizia non era un’astratta spinta ideale, ma una dimensione pratica e morale, che si mostrava nello studio dei fatti e nella insensibilità a qualsiasi condizionamento ideologico. Livatino e Saetta che senza nulla chiedere sono stati coerenti e fedeli allo Stato, continuano a dare lustro al distretto giudiziario di Caltanissetta che ha visto impegnati insieme le istituzioni, la società civile, la scuola”, ha detto il presidente della Corte.DSC09605

Forti e dirette le parole del Procuratore Generale Sergio Lari che ha richiamato le riflessioni di Livatino sull’opportunità che i magistrati scendano in politica per poi tornare alla toga.

“Come è noto Livatino venne assassinato il 21 settembre del ’90 a 37 anni, dai sicari della Stidda che non gli aveva perdonato rigore morale e inflessibilità, mentre si recava da solo a lavoro. Le ultime e incredibili parole che rivolse ai suoi carnefici – ricorda Lari – furono : cosa vi ho fatto picciotti? A ben vedere sono le parole di un autentico cristiano che incapace di maledire chi lo privava della vita è riuscito a esprimere il suo stupore per il fatto che lo stessero uccidendo anche se fosse innocente. La dimensione spirituale di Livatino ha trovato riconoscimento nelle parole di Papa Giovanni Paolo II che lanciando un anatema contro la mafia definì Rosario Livatino martire della giustizia e indirettamente della fede”.
DSC09652Quindi Lari ha citato due passaggi di una relazione di Livatino del 1984 dal titolo “il ruolo del giudice nella società che cambia”. Un’analisi molto attuale.

“A proposto dei rapporti tra magistrati e mondo della politica, e qui ci sono tanti politici – ha sottolineato il PG, Sergio Lari – egli sostenne che per garantire il valore costituzionale dell’indipendenza e autonomia del giudice sarebbe sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in qualità di candidato, o qualora ritengano che il seggio in parlamento superi in prestigio, potere e importanza l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta bruciando tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario”.

“Inoltre a proposto dell’immagine del magistrato – prosegue Lari – Livatino rilevò che è importante che egli mostri di sé non l’immagine di una persona austera o severa, compresa nel suo ruolo o autorità di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria sì, equilibrata e responsabile pure, potrebbe aggiungersi di persona comprensiva e umana capace di condannare ma anche di capire”.DSC09579

Poi Lari, rivolto al Presidente della Repubblica Mattarella, ha detto che queste riflessioni di Livatino, con cui ha coerentemente svolto la sua professione, “ricordano quanto lei ha recentemente affermato sul compito che la Costituzione affida al magistrato, che non è quello di protagonista del processo ma nemmeno di burocratico amministratore di giustizia. A ben vedere la sua visione del ruolo del magistrato autorevole e condivisibile si attaglia alla perfezione al modello di giudice di Rosario Livatino. Se Livatino è stato, come qualcuno ha detto, un giudice ragazzino, lo è stato nella migliore e più nobile accezione che deve essere attribuita a questa figura di magistrato. Ovvero un giovane riservato, irreprensibile, appassionato, lontano dai centri di potere, fedele agli ideali di giustizia e della Costituzione e, potremmo aggiungere, né protagonista assoluto del processo né burocratico amministratore di giustizia, in questo modello, signor Presidente, noi sentiamo di riconoscerci”.

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