Amministrative Caltanissetta, Leandro Janni: “Cosa resterà della sindacatura di Ruvolo?”

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“Vorrei sedermi in un vaso da fiori. I ragni non se ne accorgeranno. Il mio cuore è un geranio paralizzato.” (Sylvia Plath)

Cosa resterà della sindacatura Ruvolo? Me lo chiedo, inevitabilmente, ora che i suoi 5 anni di tentativo di governo della città (Caltanissetta e dintorni) stanno per scadere. Il prossimo 28 aprile 2019 si vota infatti per un nuovo sindaco, una nuova giunta, un nuovo consiglio comunale. Insomma: punto e a capo. Come al solito i concorrenti non mancano. Così come non mancano le illusioni, gli inganni, le ambigue promesse e i miraggi; le ambizioni sbagliate. Comunque sia, Giovanni Ruvolo ha deciso di non ricandidarsi. Dunque, cosa resterà della sua sindacatura?

Resteranno le estenuanti, infinite polemiche sulla chiusura al traffico di un tratto di Corso Umberto I? Ovvero l’isoletta pedonale dell’eterna discordia tra il Sindaco e i commercianti del centro? E le strade di accesso alla città? E le “opere di compensazione”? Resteranno le acide polemiche (e le ferite non rimarginabili) sui “rimpasti” di giunta? Resteranno le miserevoli diatribe sui troppi immigrati in giro per la città? Resteranno le vaghe e inappagate aspirazioni culturali e
turistiche? Resteranno le nuove e concertate linee guida di revisione del PRG (Piano Regolatore Generale), che sembrano tratte da un romanzo inedito di Italo Svevo? Resteranno le macerie, mute e crescenti, del centro storico e le insignificanti periferie? Resteranno gli auspici, le speranze di realizzare un parco urbano? Resteranno gli echi del Giro d’Italia?
Resteranno i reconditi desideri di una Caltanissetta capitale del CentroSicilia? Resterà l’implacabile scarto tra il tanto che è stato proclamato, promesso e rappresentato e il poco che, invece, è stato realizzato, concretizzato, fatto?

Resteranno, comunque, quegli indistruttibili e polverosi gerani rossi (di plastica) sui davanzali delle finestre e sui balconi di Palazzo del Carmine che, inesorabilmente, mi mettono una tristezza infinita. Che altro dire? Spes contra spem – ovviamente.

Leandro Janni

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