spremutaIn vista della prossima Settimana Sociale dei cattolici italiani, che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, abbiamo intervistato Giuseppe Notarstefano, membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana e direttore dell’ufficio per la pastorale sociale e del lavoro nell’arcidiocesi di Palermo.

– Il tema della 48ma Settimana Sociale dei cattolici italiani sarà fondato sul lavoro. La Chiesa italiana, in un tempo di crisi come quello attuale, quale visione del lavoro intende offrire alla comunità nazionale?

La Chiesa italiana nel cammino intrapreso, dopo l’ultimo convegno ecclesiale celebratosi a Firenze, ha ribadito l’urgenza di una lettura antropologica della crisi, accogliendo insieme la sfida del post-umano generata da uno sviluppo tecnologico pervasivo e l’invito a superare la frammentazione e l’individualismo per riscoprire il sentiero della comunità, del popolo di Dio in cammino fortemente richiamato dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium che papa Francesco, sempre nelle sede del convegno fiorentino, non ha mancato di indicare come l’orizzonte e la prospettiva per ciascuna chiesa locale. La scelta tematica legata al lavoro, già voluta dal precedente Comitato, si colloca dentro queste coordinate, volendo fortemente affermare il significato profondo del lavoro umano come contributo generativo alla “custodia e cultura” in senso genesiaco e actus personae che appartiene alla natura originaria dell’uomo come ricorda il compendio della Dottrina sociale della Chiesa. A ciò potremmo aggiungere il valore costitutivo anzi costituzionale del nostro patto sociale che si fonda sulla possibilità di mettere ciascuna persona nelle condizioni di poter contribuire alla realizzazione della repubblica attraverso il lavoro. Il Comitato, presieduto con grande passione dall’arcivescovo di Taranto Mons. Filippo Santoro, ha di fronte il tema urgente e drammatico della disoccupazione e della bassa domanda di lavoro nel nostro Paese dovuta alle trasformazioni tecnologiche e sociali, ma desidera rilanciare un dialogo con tutte le forze vitali della nostra Repubblica a partire dal senso profondamente umano e umanizzante del lavoro.

– Nelle intenzioni degli organizzatori, così come appare nel documento preparatorio per la prossima Settimana Sociale, l’evento di Cagliari non vuole essere un convegno come tanti, bensì l’occasione di proseguire un percorso già iniziato per aprire processi con ricadute concrete sul mondo del lavoro. In che senso?

Sin dalle prime riunioni del Comitato, abbiamo ribadito l’intendimento di non voler fare una riflessione accademica su lavoro, in questo senso le Settimane non saranno un convegno ma una tappa di un processo che, non senza fatica, stiamo cercando di attivare. Quando affermiamo questo diciamo che non possiamo permetterci il lusso di essere retorici o astratti, ma vogliamo essere concreti anche quanto supportiamo la nostra azione sociale con una rigorosa “infrastruttura” scientifica e ideale, un pensiero in azione e soprattutto un “pensare insieme”, convinti come siamo che le risposte tecniche o peggio ancora “tecnocratiche” non bastano, che non ci sono ricette pronte, o che la Chiesa certamente non ne ha ma che, come ci ha ricordato papa Francesco nella sua Laudato Si’, occorre tenere insieme i diversi apporti disciplinari e teorici, le diverse sensibilità e visioni, facendole dialogare insieme alla ricerca di soluzioni alte ed ulteriori, per il bene di tutti. Infatti, non abbiamo voluto trascurare l’esigenza di nuove elaborazioni culturali e scientifiche che anzi abbiamo promosso – si pensi al seminario con la politologa canadese Jennifer Nedelsky o ai diversi incontri promossi da centri di ricerca accademici e non o da riviste scientifiche – ma stiamo cercando di tenere viva una tensione verso la concretezza che abbiamo pensato di raggiungere innescando un processo di coinvolgimento di tutte le realtà ecclesiali e aggregative, di organizzazioni e istituzioni, di ispirazione cristiana e non, per raccogliere innanzitutto le domande vere e concrete delle persone, dei giovani, delle donne, dei diversamente abili, dei detenuti e di quanti vivono esistenzialmente la questione di un lavoro, per osservare i talenti all’opera nelle diverse iniziative imprenditoriali e per confrontarci con le politiche pubbliche in azione.

– La diffusione della povertà, i livelli di disoccupazione giovanile e femminile, la distanza fra sistema scolastico e le imprese, la triste dilatazione del fenomeno dei NEET sono i fattori di maggiore criticità del contesto italiano. Quali, a vostro parere, sono le vie per sostenere la speranza di cambiamento nell’attuale situazione di criticità?

La crisi è profonda, forse lo è di più di quanto temevamo un decennio fa, e certamente essa non è limitata al tema della distribuzione della ricchezza e dei livelli di benessere della popolazione mondiale: l’economia è uno degli osservatori da cui leggere la crisi ma ve ne sono molti altri a cominciare dal grande tema del cambiamento climatico e delle epocali trasformazioni ambientali e sociali provocate dei modelli produttivi e dagli stili di vita del mondo “occidentalizzato”. Proprio per questa insidiosa faglia che si è aperta nella nostra apparentemente tranquilla accettazione della “fine della storia”, la crisi può diventare l’opportunità per ripensare la direzione o – come diciamo noi economisti fuori dal coro – il modello di sviluppo.

La pretesa, tutt’altro che liberale né liberista, del nuovo volto del “turbo-capitalismo” finanziario ha generato una realtà fortemente disumana, antidemocratica e antisociale che solo nominalisticamente possiamo chiamare mercato, ma è soltanto un gioco speculativo più simile al tavolo verde dei casinò che a quella “mano invisibile” che opera intrecciando interessi privati e utilità generali. Il mercato, la democrazia, i diritti umani sono conquiste connaturate alla nostra società del “benessere” ma che oggi vengono messe in discussione da chi le considera una sorta di lusso che non ci possiamo più permettere. La prospettiva della fede nel Cristo e la gioia del Vangelo di cui la Chiesa è testimone ci portano a ridire ancora oggi che l’uomo è capace di bene e di collaborare per il bene di tutti, dunque la Speranza nasce dalla consapevolezza che la situazione che stiamo vivendo non è né inesorabile né inevitabile ma è affidata a ciascuno di noi e all’umanità tutta insieme. Abbiamo dunque il compito di formare le coscienze ed offrire spazi di discernimento comunitario e di dialogo a diverso livello, proponendo anche narrazioni alternative da quelle che spesso circolano oggi, narrazioni che scommettono sulla valorizzazione di ciò che nasce che cresce e che si sviluppa piuttosto che affliggersi su ciò che muore, che finisce o che tramonta. Il mondo – lo ricorda sempre papa Bergoglio – non è una somma di problemi da risolvere ma un mistero da contemplare nella gioia e sempre con stupore. Le questioni sono tante e complesse, ma riteniamo che sia importante costruire insieme un percorso che restituisca valore ai diversi strumenti operativi ed alle diverse forze sociali, con umiltà e pazienza.

– Secondo il Comitato scientifico e organizzatore della Settimana Sociale, riflettere sul lavoro significa anche tornare a discutere della dignità umana, del valore del riposo e della festa, della tutela dell’ambiente. Perché?

Lo dicevo all’inizio: il senso antropologico del lavoro è quello di custodire e coltivare il giardino. Ciò richiede armonia, equilibri, solidarietà e condivisione. Il lavoro è anche al centro della vita sociale e politica, la sua mancanza crea esclusione e conduce ai margini chi, per incapacità o difficoltà non riesce a partecipare. L’economia considera il lavoro un fattore della produzione, per cui esiste un mercato in cui esso viene scambiato in ragioni delle condizioni della domanda ed offerta, ma il lavoro non è solamente quello retribuito o salariato, la cui remunerazione deve essere sottoposta a criteri di efficienza e principi di economicità, esiste il lavoro di cura quello che genera valori comuni, ambientali, sociali e persino spirituali la cui remunerazione è più complessa ma costituisce una sfida per le nostre attuali società.

– In una condizione di crisi nella crisi, come quella che colpisce la regione siciliana tanto per l’assenza di un progetto politico quanto per la radicata presenza della criminalità organizzata, che valore assume il registro comunicativo della denuncia?

Guardando alla nostra realtà regionale, non posso non fare una premessa che riguarda la necessità di una nuova cultura del lavoro di cui la nostra società siciliana ha bisogno, una sfida educativa e culturale che dovrebbe essere giocata a vario livello per combattere sia la cultura parassitaria del posto e del lavoro improduttivo, purtroppo alimentata dal circolo vizioso del clientelismo partitocratico e della legalità debole della società e delle sue istituzioni, sia quella del facile arricchimento frutto di furberia o di angheria, spesso frutto velenoso di violenza e prevaricazione come quello di matrice mafiosa e criminale.

Anche la ripresa del flusso migratorio di buona parte della popolazione siciliana, soprattutto giovani e altamente istruiti, è il segno contraddittorio della oggettiva difficoltà di poter realizzare la propria professionalità e il proprio talento che spesso – ma con tante interessanti eccezioni – conduce alla scelta sempre dolorosa di andare via. La dimensione grave e crescente di tale dinamica sociale, vista in modo unitario al fenomeno altrettanto epocale delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, è stata recentemente e appropriatamente definita “la peste dei nostri giorni” dall’arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice.

Diverse di queste situazioni saranno sviluppate ed approfondite nella mostra che inaugurerà le Settimane di Cagliari e che sarà il registro comunicativo con cui tratteremo in particolare il tema della denuncia.

– A di là delle negatività che riguardano il nostro tessuto nazionale, il desiderio della Chiesa italiana è quello di presentare le numerose buone pratiche già attive nel mondo delle imprese. Dal territorio avete raccolto la narrazioni di quasi 400 “buone pratiche”. Siete soddisfatti?

Abbiamo sentito il bisogno di dare voce, oltre che alle tante situazioni di sfruttamento degrado ed umiliazione delle persone, alle altrettante e numerose esperienze positive e concrete di lavoro creativo libero partecipativo e solidale. L’attenzione verso le “best practice” costituisce per noi il desiderio di un approccio umile e rispettoso della realtà che mostra tantissimi fatti su cui le persone hanno realizzato imprese nel rispetto dell’ambiente, anzi valorizzandolo come fattore critico di successo e soprattutto nel rispetto delle persone, il grande capitale umano dell’impresa. Non abbiamo voluta fare un “ricerca” accademica, ma piuttosto la mappatura che è emersa, e che ancora in questi giorni si va arricchendo di ulteriori e preziosi elementi, nasce da una vera e propria pratica sociale di coinvolgimento di una serie di persone, volontari, collaboratori – i “cercatori” di lavOro – che sono stati attivati attraverso una fitta serie di incontri lungo tutta la Penisola svolti sia all’interno delle realtà ecclesiali diocesane che in collaborazione con altre organizzazioni ed istituzioni. Il frutto di tale processo è la costruzione di un network che, valorizzando reti già presenti ed attive come quella del progetto Policoro della Chiesa italiana o del grande mondo cooperativo nazionale ma anche di Legambiente, della rete dei comuni italiani e della loro associazione ANCI, ha generato un ricco repertorio di oltre 400 buone pratiche, ossia di realtà imprenditoriali, educative ed istituzionali dove si sta generando un nuovo modello organizzativo più responsabile dal punto di vista sociale ed ambientale e sostenibile dal punto di vista economico e finanziario.

Devo ammettere che – insieme a Leonardo Becchetti anche lui componente del Comitato ed a Luca Raffaele, Irene Loffredo e Cristina Cherubino che facevano parte dello staff del progetto “Cercatori di LavOro” – siamo rimasti piacevolmente colpiti della risposta ed ancora di più della ricchezza che abbiamo scoperto che solo parzialmente conoscevamo ed avevamo “sollecitato”. Stiamo analizzando le schede, ma già da subito emergono alcune caratteristiche comuni dei fattori di successo delle pratiche consultate (soprattutto di quelle imprenditoriali): il radicamento territoriale e la valorizzazione del patrimonio artistico-culturale così come di quello naturale ed agricolo, la cultura della legalità unita ad una capacità organizzativa imprenditoriale orientata alla responsabilità sociale ed ambientale, l’innovazione tecnologica e l’orientamento internazionale. Così come emergono anche i nodi e le richieste al mondo della politica: la semplificazione fiscale ed ammnistrativa, l’investimento infrastrutturale e la facilitazione logistica, lo snellimento della giustizia civile e soprattutto un’attenzione normativa specifica alle piccole e medie imprese attraverso una sorta di Small Business Act.

Lo sforzo attuale del Comitato sarà quello di tenere insieme le proposte dal basso nella fase di dialogo con i responsabili della politica e del Governo durante le giornate di Cagliari, così come l’impegno a far crescere questa rete perché costituisca la trama reale di un cambiamento possibile della nostra realtà sociale ed economica.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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