spremutaSul significato della pasqua cristiana, abbiamo intervistato don Giuseppe Alcamo docente di Catechetica presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni evangelista” di Palermo

– Fra i diversi particolari della passione del Cristo, emerge la volontà del maestro di Nazareth di non resistere dinanzi ad un giudizio ingiusto. Infatti, davanti a Pilato, il Messia non espone nessuna argomentazione in favore della sua liberazione. Gesù Cristo è l’immagine di un Dio che non resiste alle ingiustizie del mondo? Qual è il significato profondo di tale atteggiamento?

Il Silenzio di Gesù di fronte a Pilato non è il silenzio di colui che non ha niente da dire, perché colpevole; ma, è il silenzio di Colui che grida forte la sua innocenza e che condanna l’iniquità, ogni forma di iniquità. Non un silenzio complice o codardo, ma il silenzio coraggioso che inchioda di fronte alle proprie responsabilità, sia Pilato sia coloro che lo hanno condotto di fronte a Pilato. È un silenzio che afferma il valore inequivocabile della giustizia e della verità e scuote l’umanità, impersonata da Pilato e dal sinedrio, dal suo peccato e dalla sua ambiguità. Pilato rimane turbato di fronte a questo silenzio. Non credo che Dio non resista alle ingiustizie del mondo; resiste, ma non con la logica della violenza, così come le attese del mondo vorrebbero. Dio non risponde alla violenza dell’uomo con la stessa logica della violenza, ma sposta il piano della relazione dentro la logica dell’amore. Per poter far questo passaggio, proprio di Dio, e introdurre l’uomo dentro la Sua logica, assume la fragilità come habitat necessario. Dio, nel racconto della passione, mostra la sua vera onnipotenza, tanto da scendere dentro gli angusti spazzi della morte per scardinare sia la logica sia le strutture di violenza e di morte. L’uomo, per poter comprendere questa logica divina, deve in qualche modo andare oltre se stesso ed aprirsi al divino; è il compito educativo che ha svolto Gesù di Nazareth nei confronti di coloro che ha chiamato a vivere con sé. Un compito difficile perché chiede di andare oltre se stessi e che i discepoli facevano fatica a comprendere e ad assumere. Solo con il dono dello Spirito è stato loro possibile iniziare a camminare in questa direzione. La Chiesa nel tempo invoca permanentemente lo Spirito perché la riempia della sapienza del Padre e del Figlio per mantenersi fedele alla sua identità e alla sua missione.

– Per il Nuovo Testamento, la pasqua indica la liberazione dalla schiavitù della morte alla libertà della vita in Cristo Gesù. In un mondo carico di tensioni politico-militari, privo di narrazioni di senso e colmo di crescenti disparità, anche in Occidente, fra poveri e ricchi è più difficile annunciare e vivere il passaggio dalla morte alla vita e, quindi, la speranza?

La pasqua per il popolo eletto è un tempo di liberazione, segnato sempre dal rimpianto e dalla lamentela per quello che aveva lasciato nel luogo e nel tempo della schiavitù. Il Pentateuco, in più parti, testimonia la volontà di Dio di liberare il suo popolo e le resistenze che il popolo mette in atto contro questo processo di liberazione. Con Gesù Cristo, pur nella continuità con l’esperienza dell’esodo, la Pasqua assume un senso nuovo e chiama in causa la vita di Gesù di Nazareth, la vita della prima comunità e l’intera umanità, sia quella che precede Gesù di Nazareth, sia quella che segue la morte di Gesù di Nazareth. Lui con la sua pasqua diventa il centro dell’umanità: tutto converge in Lui e tutto parte da Lui. Innanzitutto, la Pasqua è l’esperienza della resurrezione del Crocifisso. Il sepolcro è vuoto: questa è una esperienza storica ma anche di fede. La tomba non è stata svuotata dall’uomo ma da Dio. La morte non ha potuto tenere bloccata la vita; la vita si è svincolata dalle catene della morte. Il condannato a morte si è liberato dalla morte. La vita dispersa della prima comunità viene raccolta attorno a questo annuncio: è Risorto! La comunità che Gesù di Nazareth aveva costituito attorno a sé, comincia a vivere una nuova esperienza: la sequela attorno al Risorto. Si ha il passaggio dal Gesù storico al Cristo della fede; il crocifisso è risorto e si rende presente dentro la Sua comunità, in forme e modi plurimi. Questa esperienza ecclesiale ha ripercussioni per tutta l’umanità; è una esperienza che la Chiesa fa, ma che appartiene all’umanità. Ogni uomo, adesso, viene misteriosamente riscattato dal Crocifisso risorto. La sua morte e la sua resurrezione sono decisivi per ogni uomo, anche per coloro che non lo sanno. La Chiesa ha la missione di rivelare all’uomo che il Crocifisso Risorto ha dato una possibilità di vita piena per tutti. Questo è un annuncio che la Chiesa non può tacere. Questo è il solo annuncio che la Chiesa è chiamata a fare, soprattutto nei luoghi dove la morte regna. Questo è un annuncio di speranza che l’uomo da solo non può darsi, ma che può accogliere come dono che proviene dall’alto. Questo annuncio la Chiesa non può farlo con ragionamenti logici, perché non è logico bensì paradossale; questo annuncio la Chiesa lo può fare solo con uno stile di vita simile a quello di Gesù di Nazareth. Solo vivendo e pensando come il Maestro ha vissuto e pensato, la Chiesa può abitare in modo significativo nei bassifondi dell’umanità. Solo condividendo la povertà e la semplicità di Gesù di Nazareth può avvicinarsi ai poveri e ai semplici, di ogni tempo e di ogni luogo, per rivelare qualcosa che appartiene a Dio e a cui l’uomo è reso partecipe. Questo è sempre un annuncio difficile e gioioso, in tutti i luoghi e in tutti i tempi. L’autenticità di questo annuncio è data dalla presenza del Risorto e dall’impegno dei singoli cristiani a camminare sulle orme del Risorto. Questo annuncio non può essere accolto automaticamente, come un fatto normale, richiede un processo di conversione esistenziale e strutturale, personale e comunitario.

– Nel vangelo di Giovanni, l’insegnamento di Gesù trova un punto culminante nella lavanda dei piedi. Un gesto radicalmente rivoluzionario che ancora oggi disorienta ogni paradigma freddamente gerarchico e fissista. Per la Chiesa guidata da papa Francesco, che significa indossare il grembiule per servire l’umanità?

La logica carrieristica, la voglia di successo, il desiderio di imporsi non hanno mai abbandonato la vita della Chiesa, sin dall’origine; emblematico è il racconto dei due fratelli, accompagnati dalla madre, che chiedono di sedere a destra e a sinistra del Maestro, quando affermerà il suo regno, e lo sdegno di tutti gli altri che temono di essere scalzati. Non è normale cercare l’ultimo posto o mettersi nel ruolo dei servi; nessun padre lo desidera per il proprio figlio; tutti i sacrifici che vengono fatti sono per affermarsi economicamente, culturalmente, sociologicamente, politicamente. Non è normale scegliere la professione di mettersi a lavare i piedi, gratuitamente, di tutti coloro che ce li hanno sporchi. Nella fede niente è normale! Chi sceglie di vivere di fede, non sceglie la logica di questo mondo, ma la logica della croce. Scegliere di lavare i piedi non è un fatto normale, è un fatto super per il Vangelo. La Chiesa che è guidata da Francesco sta riscoprendo che lavare i piedi significa offrire la misericordia di Dio, senza preclusioni, a tutti. Lavare i piedi oggi significa aprire il dialogo con tutti e non chiudersi dentro circuiti rassicuranti; mettersi in discussione senza paura e senza pregiudizi. Alla Chiesa, Francesco chiede di non avere paura ad osare un po’ di più, di non stare sulla difensiva, di uscire da sé e andare incontro a tutti accorciando le distanze, abbassandosi fino all’umiliazione se è necessario, assumendo la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo, accompagnando con pazienza l’umanità in tutti i suoi processi. L’annuncio evangelico, per Papa Francesco, non è un fatto scontato e pacifico che può essere svolto con una pastorale da routine, con cerimonie e pie esortazioni; ma, nemmeno un discorso complesso ed artificioso, difficile da spiegare e impossibile da vivere. L’annuncio evangelico è una “meravigliosa sfida”, contro la logica mondana, che la Chiesa deve assumere con grande consapevolezza e realismo, ma sempre nella gioia, guardando al futuro con speranza, distinguendo ciò che è essenziale da ciò che è marginale, non escludendo nessuno e facendo sentire tutti a casa, accolti come figli e fratelli. Questo io credo significhi oggi entrare dentro la logica della lavanda dei piedi.

– Durante la messa crismale, Francesco, rivolgendosi al clero, ha affermato che l’evangelizzazione non può essere presuntuosa. Cosa vuole dirci il papa?

Papa Francesco con il suo inusitato stile comunicativo spinge a ritessere le relazioni ecclesiali, per dare loro il sapore dell’affetto familiare, renderle vere, semplici, essenziali sul kerigma; per il Papa è urgente rigenerare la qualità della vita delle comunità, ricostruendo il tessuto interno delle relazioni: meno burocrazia e più familiarità, familiarità non familismo; meno funzionalità e più rapporti fraterni; meno chiacchiere e più annuncio; meno carriere e più servizi; meno presunzione e più umiltà. Alla Chiesa italiana, radunata a Firenze, Papa Francesco dice: «La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo, lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante.» Per questo, per Papa Francesco, l’evangelizzatore/catechista deve essere innanzitutto un contemplativo del Vangelo, lì deve trovare e ritrovare ciò che rinnova la sua vita e lo rende più umano: «La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri» (EG 264). “L’oggi” in cui avviene l’annuncio evangelico non è mai un fatto accidentale, ma qualcosa di determinante, direi quasi qualcosa di “epistemologico”, perché indica le visioni del mondo, i linguaggi, i sistemi culturali, le tendenze e persino le mode, con cui deve confrontarsi una comunità che annuncia il Vangelo. Nella liturgia “l’oggi” è quello di Cristo risorto, permanentemente presente, senza tramonto, compimento pieno della salvezza; nella evangelizzazione “l’oggi” è qualcosa di diverso, è quello dell’uomo, sempre in mutamento, da prendere in considerazione per trovare le giuste e adeguate modalità, che possono essere inedite rispetto ad un passato anche non molto lontano. Quando celebriamo i misteri della fede entriamo “nell’oggi” eterno di Cristo, quando annunciamo lo stesso mistero di fede siamo chiamati ad entrare “nell’oggi” cangiante dell’uomo; confondere i due piani della stessa professione di fede significa fare torto sia alla liturgia sia alla catechesi. Questo significa che in catechesi “l’oggi” richiede alla Chiesa, e in essa a tutti gli operatori pastorali, una forma di elasticità mentale, ma anche un’azione operativa sempre in evoluzione, per comprenderlo e viverlo senza anacronismi; a causa dell’”oggi” la catechesi non può mai irrigidirsi su schemi precostituiti, non può percorrere sempre lo stesso sentiero, deve continuamente reinventarsi per risultarne in qualche modo adeguata. Questa è la sua debolezza ma anche la sua forza, perché iniziare alla vita evangelica non è mai un film già visto e archiviato, qualcosa di scontato e risaputo; iniziare alla vita evangelica è una meravigliosa avventura che dà senso “altro” alla vita, sia di chi annuncia sia di chi riceve l’annuncio. La catechesi, quindi, è una via ecclesiale che accompagna l’uomo ad incontrare Gesù Cristo, “Parola di vita”, misericordia fatta carne; una catechesi che coltiva la familiarità con la Parola di Dio, non per dimostrare Dio, bensì, per mostrare Dio. Il fine ultimo della catechesi è mettere in comunione l’uomo storico, nella complessità della sua vita, con la Parola fatta carne e far maturare vincoli di fraternità tra gli uomini. Una idea di catechesi che non è centrata sullo spazio del sacro, che non è primariamente preoccupata di spiegare i riti e i culti, ma di creare unità dentro la vita dell’uomo, attorno alla parola di vita che è Gesù Cristo. La catechesi, che inizia e sostiene alla vita cristiana, è impegno di tutta la comunità, non come realtà astratta a cui, in qualche modo, fare riferimento, ma, come luogo storico dove l’iniziazione avviene. Per la nascita e la crescita nella vita cristiana la logica della “provetta” non funziona; nessuno può pensare di cercare e trovare il Vangelo da solo, fuori o staccato dalla comunità ecclesiale; il discernimento comunitario è garanzia di autenticità del cammino che si sta percorrendo. Questo richiede, da una parte, l’esigenza di una lettura coraggiosa dell’esistente ecclesiale e la capacità di attuare una vera verifica, cosa a cui non siamo abituati e su cui molto facilmente sorvoliamo; dall’altra, un ripensamento della nostra capacità, metodologica e linguistica, di annunciare il Vangelo per restare fedeli al mandato che abbiamo ricevuto. Credo che tutto questo voglia indicare papa Francesco quando dice che l’evangelizzazione non può assumere uno stile presuntuoso, ma quello umile di colui che cerca vie sempre inedite, per non diventare ostacolo all’annuncio del Vangelo.

Intervista a cura di Rocco Gumina

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